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  • Stati Generali, la relazione dell'Università di Sassari
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  • 07/02/2009

Stati Generali, la relazione dell'Università di Sassari

RELAZIONE presentata dalla dr.ssa IRMA ROSATI della facoltà di medicina veterinaria dell’Università di Sassari agli Stati Generali dell’ippica:

LA REGIONE SARDEGNA rappresenta senza dubbio la realtà italiana che maggiormente ha risentito della crisi dell’allevamento equino e di conseguenza del settore ippico in generale. I puledri nati e allevati annualmente nell’Isola infatti rappresentano circa il 70% dell’intera produzione equina nazionale, con specifico riferimento alla produzione selezionata e quindi ai soggetti re3golamrnete iscritti nei libri genealogici, e in particolare rappresentano il 95% dei soggetti arabi e anglo-arabi allevati in Italia. La Sardegna, oltre a vantare un’indiscussa cultura equestre,  è teatro di una tradizione allevatoriale secolare che ha permesso nel corso degli anni, anche grazie all’opera dell’ex Istituto di Incremento Ippico, di creare una popolazione geneticamente uniforme di fattrici che rappresenta la base imprescindibile per operare piani di selezione in zootecnia, E’ l’unica realtà in Italia ad aver operato in questo senso e quindi ad aver creato un vero cavallo italiano che costantemente conferma i suoi risultati agonistici sia nel settore degli sport equestri sia un quello delle corse al galoppo.
Partendo da tale presupposto, risultato logico che parlare di crisi del settore ippico significa verosimilmente parlare di crisi dell’allevamento equino e quindi dell’allevamento equino in Sardegna. Tale crisi colpisce primariamente l’allevatore, ma coinvolge di rimando tutte le professionalità che ruotano attorno all’industria del cavallo; nella sola Sardegna si calcola che le persone impiegate nel sistema-cavallo siano circa 10.000. Questa crisi ha basi profonde ed è legata primariamente a un ente tecnico, l’UNIRE, che, anche se indispensabile nelle sue dichiarate finalità, dovrebbe assolutamente essere riorganizzato. L’allevamento del cavallo nel nostro Paese è riconosciuto a tutti gli effetti come attività agricola, ma a causa delle sue precise specificità, che divengono quindi difetto e non virtù, non riceve pari dignità, anche da parte del legislatore, rispetto ad altri sistemi allevatoriali di specie zootecniche.

SI VUOLE qui in particolare mettere l’accento sull’allevamento del cavallo destinato agli sport equestri, essendo la situazione del settore corse al galoppo in Sardegna già stata ampiamente illustrata dal Dipartimento di Ricerca per l’Incremento Ippico. L’allevamento di questo tipo di cavallo sta attraversando infatti il peggior momento di sempre (circa il 15% in meno di fattrici coperte nella passata stagione di monta e un mercato dei prodotti nati praticamente inesistente) anche se potenzialmente sarebbe un settore con un enorme sbocco visto che nel nostro Paese il numero di cavalli impiegati per gli esport equestri importati dall’estero supera di gran lunga il numero di soggetti nati e allevati sul territorio nazionale con medesime finalità.
Si deve inoltre tenere ben presente che i citati cavalli esteri nella stragrande maggioranza dei casi non solo qualitativamente superiori a quelli italiani, vengono in proporzione pagati molto di più e vanno a coprire una fascia di livello agonistico per cui i nostri cavalli sarebbero ampiamente idonei. Tale situazione si è venuta a creare per due principali motivi: il primo è legato a un fenomeno di intermediazione, tipico italiano nell’acquisto dei cavalli, per cui sul cavallo importato diventa più difficile risalire al costo originario dell’animale in questione; il secondo, assai importante e critico, legato alle strategie allevatori ali finalizzate a una selezione genetica vera delle linee femminili.
Si crede pertanto che il rilancio del settore sia fondamentalmente legato da un lato alla creazione di programmi allevatori ali mirati ad accrescere la qualità dei prodotti e a dare un sostegno concreto all’allevatore (premi allevatoriali), dall’altro a creare canali di commercializzazione preferenziali dei cavalli italiani sul territorio nazionale rispetto ai soggetti importati. Si deve fare in modo che il “sistema cavallo” diventi un sistema di filiera in cui tutte le professionalità che si interpongono tra il puledro alla nascita e il cavallo in attività agonistica siano specificamente formate per valorizzare le potenzialità del prodotto. Si deve fare in modo che l’allevatore torni a essere il soggetto e non l’oggetto, facendolo diventare figura centrale rispetto al sistema. Sino ad oggi, ad esempio, le risorse destinate agli allevatori di cavalli per gli sport equestri sono transitate attraverso la Federazione Italiana Sport Equestri, sistema che ha azzerato la differenza tra allevatore e proprietario e anzi, in termini di premi, ha senza dubbio penalizzato chi quei cavalli ha fatto nascere. L’allevamento del cavallo sportivo deve in qualche modo creare reddito, non solo indiretto come è stato sino ad ora, ma diretto per l’allevatore, che, solo in questo modo, potrà aumentare gli investimenti e concorrere, insieme a schemi di selezione mirati, al miglioramento della produzione.
Il tutto ovvie mante dovrà passare attraverso la vendita dei prodotti, l’ingranaggio rotto del sistema insomma, che riprenderà vigore solo attraverso strategie di marketing mirate e politiche che rilancino l’immagine del cavallo italiano. Considerando ora il problema della selezione, risale proprio allo scorso anno la delibera della Commissione Tecnica Centrale dell’UNIRE per la creazione del libro chiuso del Cavallo Sella Italiano che di fatto ammette alla riproduzione ogni soggetto maschio di riconosciuta genealogia, che diventa quindi unico requisito per essere un riproduttore, tralasciando quindi totalmente performances sportive e morfologia. Ciò porterà inevitabilmente a un aumento incontrollato degli stalloni in Italia, già in numero abnorme, e quindi alla creazione di linee genetiche sempre più eterogenee, in totale disaccordo con i criteri selettivi. In questa ottica diventa ancora più necessario sottolineare che, nel panorama nazionale, saranno i cavalli anglo-arabo e derivati allevati in Sardegna ad acquisire un’importanza selettiva, chiave che dovrà essere necessariamente riconosciuta dalle istituzioni, magari creando un referendum istituzionale di comparto che abbia il compito di valorizzare e potenziare l’immagine della Sardegna legata al cavallo.

I TEMPI per raggiungere gli obiettivi esposti sono differenti. Sicuramente un’immediata politica di incentivazione agli allevatori e strategie di marketing mirate alla commercializzazione del cavallo possono dare un immediato rilancio del settore. I programmi di selezione, invece, potranno essere valutati in un tempo più lungo, sempre che siano concepito e soprattutto applicati in modo rigoroso.
I punti critici del sistema sono fondamentalmente legati all’ente tecnico, l’UNIRE, che ha perso di vista, se mai le ha possedute, le finalità per il quale è stato creato, cioè promuovere l’incremento e il miglioramento delle razze equine in Italia attraverso programmi allevatori ali con strategie e obiettivi precisi. Fondamentalmente esso deve tornare ad essere un ente tecnico, e non politico, che riprenda realmente ad occuparsi di valorizzazione del patrimonio equino italiano, attraverso i programmi allevatori ali, i piani di selezione e la promozione del cavallo italiano, nelle sue diverse specificità, ai fini della commercializzazione; l’ente dovrebbe quindi abbandonare compiti che non gli competono ma che ormai sono divenuti parte fondamentale e preponderante delle sue attività. Valga a titolo di esempio la tenuta dei libri genealogici del cavallo Sella Italiano e del cavallo Anglo Arabo operata dall’ente; ciò infatti rappresenta un’enorme incongruenza sia rispetto alle altre specie zootecniche italiane sia rispetto al cavallo nel resto del mondo, dove i libri genealogici sono tenuti dalle associazione di razza.
Si vuole infine sottolineare che anche la promozione della ricerca scientifica in campo equino apporterebbe innegabili vantaggi al settore ippico in generale. Il miglioramento delle performances sportive e riproduttive del cavallo-atleta, infatti, sarebbero di sicuro vantaggio economico qualora si riuscisse a creare un sistema allevatoriale redditizio, come già avviene in diversi stati europei, Paesi Bassi e Gran Bretagna su tutti. In questo senso sarebbe auspicabile creare dei finanziamenti specifici per progetti di ricerca finalizzati al progresso dell’allevamento equino e destinati agli enti di ricerca italiani.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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