Addio a Monty Roberts, l'uomo che insegnò ad ascoltare i cavalli
Ci sono uomini che cambiano le tecniche. E ci sono uomini che cambiano il modo di guardare le cose. Monty Roberts appartiene alla seconda categoria.
Con la sua scomparsa, a 91 anni, il mondo del cavallo perde una figura che ha segnato profondamente la cultura equestre degli ultimi decenni. Più ancora dell'addestratore, se ne va il divulgatore capace di portare il cavallo al centro di una riflessione nuova, che ha coinvolto non solo cavalieri e professionisti, ma anche un pubblico estraneo all'equitazione.
Il successo di Roberts non è stato quello di aver inventato una tecnica. Nella storia dell'equitazione nessuno costruisce da solo una rivoluzione. L'evoluzione dell'arte equestre è sempre il risultato di esperienze, osservazioni e confronti che attraversano generazioni e Paesi. Il suo merito è stato un altro: aver dato un linguaggio accessibile a un'idea che stava maturando in molti ambienti del mondo equestre, quella secondo cui comprendere il cavallo produce risultati migliori di chi pretende di imporgli obbedienza con forza o coercizione.
Quando negli anni Ottanta e Novanta il suo nome iniziò a circolare in Europa, l'etologia equina era ancora patrimonio di pochi studiosi e l'idea di leggere e di imparare a interpretare il comportamento del cavallo prima di correggerlo, appariva a molti, quasi una provocazione. Roberts seppe tradurre concetti complessi in immagini semplici. Il Join-Up®, al di là delle interpretazioni e delle inevitabili semplificazioni mediatiche, divenne il simbolo di un diverso approccio alla relazione uomo-cavallo.
Da allora il mondo è cambiato.
Oggi parlare di benessere animale, di apprendimento, di emozioni, di gestione dello stress o di comunicazione non verbale è normale. Università, veterinari comportamentalisti, etologi e istruttori dispongono di conoscenze molto più solide rispetto a quarant'anni fa. Alcune interpretazioni proposte da Roberts sono state confermate, altre corrette, altre ancora superate dall'evoluzione della ricerca. È il naturale percorso della conoscenza scientifica.
Ma sarebbe un errore giudicare Monty Roberts soltanto con gli strumenti di oggi.
Ogni innovatore è figlio del proprio tempo. Roberts osservò il cavallo con occhi diversi rispetto a gran parte dei suoi contemporanei e costrinse il mondo equestre a interrogarsi. Non tutte le risposte erano definitive, ma le domande erano quelle giuste.
Forse è proprio qui che risiede il valore storico della sua figura.
Negli stessi anni altri grandi protagonisti dell'horsemanship –tra i quali è impossibile non ricordaree Pat Parelli – contribuirono a riportare l'attenzione sulla qualità della relazione tra uomo e cavallo. Roberts fu probabilmente il più efficace nel trasformare quel movimento culturale in un fenomeno mondiale, capace di uscire dai ranch americani e raggiungere le scuderie europee, le librerie e perfino il grande pubblico.
Il rapporto instaurato con la regina Elisabetta II, i libri tradotti in decine di lingue e le dimostrazioni davanti a migliaia di persone contribuirono a costruire un personaggio mediatico. Talvolta quel personaggio finì per oscurare l'uomo di cavalli. È il prezzo della popolarità.
Eppure, al di là del mito del "sussurratore", resta un fatto difficilmente contestabile: milioni di persone hanno iniziato a osservare il cavallo con maggiore attenzione grazie a lui. Hanno imparato che un animale comunica continuamente, che la fiducia si costruisce e che la forza non è sinonimo di autorevolezza.
Per una testata come Cavalli2000, che fin dalla sua nascita ha fatto della diffusione della cultura equestre una delle proprie ragioni d'essere, il modo migliore per ricordare Monty Roberts non è celebrare un'icona, ma riconoscere il contributo che ha dato all'apertura di un confronto destinato a proseguire nel tempo.
Perché la cultura del cavallo cresce proprio così: mettendo in discussione certezze consolidate, verificando le intuizioni alla luce della ricerca e mantenendo sempre al centro il rispetto per l'animale.
Monty Roberts lascia questo. Non un metodo immutabile, ma un invito a osservare prima di giudicare, ad ascoltare prima di intervenire.
In un'epoca in cui l'equitazione è chiamata a confrontarsi con nuove sensibilità etiche, con il progresso delle scienze che studiano il comportamento e con una crescente attenzione al benessere degli equidi, questa è forse la parte più viva della sua eredità.
Ed è un'eredità che continua a interrogarci.




























